Addio Spassky: la scacchiera come universo. Dalla visione del dilettante all’intuizione del genio

Spassky & Fiischer

Anche Boris Spassky ci ha lasciati: il grande campione di scacchi, avversario di Bobby Fischer nella leggendaria sfida di Reykjavík del 1972.
Io ero ancora bambino, ma i racconti di quella sfida circolavano come leggende: due menti che si fronteggiavano non solo su 64 caselle, ma in un duello simbolico tra due mondi, due visioni dell’uomo e della conoscenza.
Fu da quei racconti che nacque la mia passione per questo “gioco” — o forse dovrei dire, per questa forma di pensiero. Gli scacchi, infatti, sono stati spesso un’eco nei miei libri, fino a comparire apertamente in Yago e il Segreto di Creacon.

Mi piace ricordare Fischer e Spassky non solo come campioni, ma come archetipi della mente umana: razionalità e follia, logica e intuizione, rigore e genio.
Scrive Charles Krauthammer — psichiatra, scrittore e scacchista — in una frase che porto sempre con me (e nella quale si sono imbattuti anche Yago e Agnese a Creacon):

“Il dilettante vede solo pezzi e mosse, mentre l’esperto vede in più sessantaquattro caselle con vuoti, linee e sfere di influenza.
Il genio percepisce un campo unificato in cui spazio, forza e massa sono valori che interagiscono tra loro: l’Alfiere strappa la scacchiera in due e il Pedone piega lo spazio attorno a sé esattamente come nell’universo descritto da Einstein la massa può modificare lo spazio.


Questa visione — fisica, quasi cosmica — degli scacchi racconta qualcosa anche della creatività.
Il dilettante, come l’allievo alle prime armi in qualsiasi arte, si concentra sugli elementi visibili.
L’esperto comincia a percepire le relazioni, i campi di forza.
Il genio, invece, “vede” tutto come un unico organismo, in cui ogni mossa genera una curvatura del senso, una variazione del tempo, un campo che include l’avversario, la scacchiera, e persino il silenzio tra le mosse.

Forse è per questo che gli scacchi mi hanno sempre affascinato: perché sono una metafora perfetta della creazione — che sia un quadro, una pagina, o una vita.
Fischer e Spassky furono, in quel 1972, due poli magnetici dello stesso universo.
E mi piace pensare che, da qualche parte, oggi stiano di nuovo seduti davanti a una scacchiera.
Non più pezzi bianchi e neri, non più fazioni o bandiere. Solo spazio, forza, massa — e un infinito numero di partite possibili.

Rino Panetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto