Poco tempo fa ero alla presentazione di un libro. Bella presentazione, bell’atmosfera (non mi fate dire “bella gente”, quello lo lascio a chi scrive da Cortina J )
Una trentina di persone, circa. Che per una presentazione di libri è un successo memorabile. Ovvio, a meno che non sei… coso (mettete voi i nomi).
Va bene, vengo al punto.
A un certo punto (appunto), non so come, il dibattito in platea (i famosi 30) va sul ruolo della scuola verso i giovani.
Non ti puoi distrarre un attimo.
Intanto il dibattito monta… “Perché oggi la scuola non insegna l’empatia, oggi la scuola non fa nulla per loro… e da lì il bullismo…e da lì tutto quello che sappiamo. La scuola, insomma, non è più adatta per i ciovani di oggi.” (il PC mi dà errore, ma, caro Lenovo, non lo è).
I trenta (non penso trentini, svolgendosi l’incontro ad Ostia) sono tutti più o meno genitori o zii di qualcuno di tali giovani.
Assisto così al primo, classico fenomeno: un gruppo si troverà immancabilmente d’accordo su una cosa: la colpa è sempre di qualcuno che non è nella stanza. Ci fa sentire bene! Sì, ‘sta scuola di oggi oh! Ai tempi nostri, invece!
Guardo i trenta.
La tentazione di alzare la mano: “Scusate, ma qualcuno di noi aveva “empatia” come materia, a scuola?”.
Però diciamo che noi eravamo migliori. Senza l’ora di empatia a scuola. Incredibile!
Continuo con le domande a me stesso (sono cintura nera di domande a me stesso):
“Ma i ragazzini o giovani che picchiano i professori sono cresciuti in famiglie, giusto? … Ma i ragazzini sempre difesi dalla bambagia familiare, hanno sempre ragione loro e torto quegli incapaci dei prof, giusto?”
Però i trenta insistono (del resto, non penso abbiamo ascoltato le mie domande mentali): colpa della scuola! Va riformata!
Oddio, che possa migliorare, la scuola, ci sta.
Ma, cosa chiedo allora io, alla scuola? (un’altra domanda mentale. Marzullo di me stesso).
Chiedo l’ISTRUZIONE. Istruire adeguatamente i giovani. Chiedo che si riduca drasticamente quel dato allarmante di quasi un quindicenne su due che ha difficoltà a comprendere un testo (dati considerati di allerta – e costante crescita – da studi Censis/Save the Children). Questo chiedo, innanzitutto.
Chiedo che un ragazzo di seconda media sappia qual è la capitale della Bulgaria, come lo sapeva il mio compagno pluribocciato che non finì forse neanche le medie (io lì, lo lasciai). E che era il boss della classe (ah già. Forse con la materia “empatia” sarebbe stato diverso).
E, allo stesso modo, chiedo insegnanti che sappiano dare l’ESEMPIO semplicemente con i comportamenti.
Così, con due magie, alcuni miei professori hanno modificato piccoli tratti del mio DNA: istruzione ed esempio.
È tutto lì. Senza mescolare piani. Senza pretendere improbabili supereroi tuttologi. Senza subappaltare compiti e responsabilità. Senza dare colpe e scaricabarile.
Ogni contesto svolga al meglio il suo ruolo. E allora il risultato sarà maggiore della somma delle parti.
“Eh, ma con il digitale stiamo perdendo il contatto con la realtà…” I trenta hanno voltato pagina, a quanto pare. Classicone servito. Io, nel frattempo, passo a una questione seria: la pizza a Ostia.
PS: non è un articolo sugli stipendi dei prof.
Rino Panetti
COLPA DELLA SCUOLA! Empatia cercasi… meglio a casa o a scuola?


