Ho ritrovato un quaderno di mio padre. Sono rimasti solo la copertina e pochi fogli.
In copertina, un solo titolo: “I galantuomini nei Promessi Sposi”.
Siamo intorno al 1950. Mio padre frequentava il liceo… in seminario. Accadeva spesso allora: famiglie numerose, un figlio avviato alla carriera ecclesiastica, più per destino che per scelta.
Quel quaderno mi parla di riflessioni, appunti, parole, lentezza.
Perché un tema così andava affrontato – a 16 anni – senza alcuna estensione tecnologica: niente internet, niente intelligenza artificiale.
C’è quasi da sentirsi nudi, difronte a una montagna tanto alta: i galantuomini nei Promessi Sposi.
Solo libri, appunti, tempo e pensiero.
Ma più del quaderno è stato quel titolo a colpirmi.
Non è solo letteratura: è una domanda morale. Chi sono i galantuomini?
Come si riconoscono? Chi ha il potere e chi la dignità?
Poi il destino ha deviato. Nelle valli del Cicolano mio padre ha incontrato mia madre. E così, in quel modo imprevisto, sono arrivato io.
Oggi l’IA può aiutare a scrivere temi migliori, forse più corretti. Ma mi chiedo se sappiamo ancora assegnare – a scuola, nella formazione, nella vita – domande che chiedano uno sguardo, non solo una risposta.
Perché i galantuomini, ieri come oggi, non si trovano con un algoritmo.
Si riconoscono con la coscienza.
Rino Panetti
Dai Promessi Sposi al Cicolano: storia di un quaderno, un padre, galantuomini e di un destino


