Dallo smartphone di Van Gogh al binocolo di Proust

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Davanti alla Notte stellata di Van Gogh scattai una foto. Insieme a molti altri. Una piccola foresta di telefonini sollevati verso il cielo dipinto.

Rivedendo quella foto, mi è tornato in mente un passo della Recherche di Proust (ci ho messo un po’ a ritrovarlo, ma sapevo che era nel secondo volume: questo ha aiutato).
Scritto oltre cent’anni fa, eppure sembra anticipare temi sorprendentemente attuali. Eccolo:

Dissi alla nonna che non vedevo bene, lei mi passò il binocolo. Solo che, quando si crede alla realtà delle cose, usare un mezzo artificiale per farsele mostrare non equivale affatto a sentirsi vicino ad esse. Pensavo che non vedevo più la Berma [l’attrice in scena], ma la sua immagine nella lente d’ingrandimento.

Straordinario, no?
Per certi versi il binocolo di allora non è molto diverso dallo smartphone di oggi: entrambi promettono di avvicinarci all’opera, ma rischiano di sostituirla con la sua immagine.

Così, davanti a Van Gogh, forse non stiamo guardando la Notte stellata, ma la sua versione nello schermo.
Rassicurante, nitida, archiviabile.

E intanto l’opera — come la Berma di Proust — passa, vibra, chiede presenza.

Ogni tanto varrebbe la pena fare un gesto semplice: abbassare il telefono e lasciare che l’arte ci attraversi, senza lenti.

Rino Panetti

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