Sinner, Panatta, Serafino: il tempo che applaude e il futuro che non aspetta

L’età.
L’età te la senti quando a fatica trattieni le lacrime vedendo Panatta lì, in quel campo. Provi a entrare nei suoi pensieri. Non ce la fai. Perché sono i tuoi, a urlare.
Sinner, la testa stretta nel suo abbraccio. E un buffetto molto romano. Ancora pensieri. Che scartano di lato. Si scolorano.

E così, chissà da quale angolo remoto della memoria, riappare Serafino.
Il supertifoso degli anni settanta, immancabile alle imprese italiane, che suonava la carica all’urlo di “Aaaadriaaaano!” E tutto il pubblico lo seguiva (e, Rocky, scansate).
Quella genuinità. E il contrasto con la macchia di giacche blu delle autorità in tribuna oggi.

Poi i numeri, che arrivano senza bussare:
cinquant’anni fa eravamo 4 miliardi. Oggi 8. 8 miliardi! E a ruota una domanda che sferza e fugge: come fanno gli sguardi del mondo a restare dentro questo movimento che non si ferma? Come possono i nostri pensieri, le nostre decisioni collettive tenere il passo con questa accelerazione continua?

La scorciatoia è guardare il futuro usando lo specchietto retrovisore. Ma con quali risultati?
Forse può andare bene così, per certi momenti: per celebrare, per commuoverci, per ritrovarci in qualcosa che ci appartiene.
Ma per guidare verso il futuro? Per creare il futuro ai nostri figli?
Il futuro, lui, non è mai là, indietro. Sta da un’altra parte. E non sempre sappiamo dove.

Rino Panetti

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