L’Intelligenza Artificiale, il Tempo e il campanaccio della vacca

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“Sai, io le vacche le riconosco senza guardarle.”
E come fai?”

Talvolta gli stanchi programmi TV di una afosa e ferma giornata di mezza estate possono regalare momenti di curiosa rivelazione.
Capita che sei per caso su Rai5.  Un programma dedicato alle meraviglie dell’Intelligenza Artificiale, alle sue applicazioni più sorprendenti e innovative.
Il futuro mostrato da stupefacenti applicazioni in terre che un tempo erano imitatrici e ora aprono piste. La Corea, la Cina. Cose incredibili. Anche l’agricoltura beneficia dell’IA in modi in apparenza fantascientifici.
Ed è il nostro tempo – anche – a beneficiarne.
Si stima che oggi l’IA faccia risparmiare in media 5 ore a settimana. 240 ore (6 settimane!), l’anno.
Avremmo dunque un mese e mezzo in più a disposizione ogni anno. Come impieghiamo questo tempo “liberato”?

Mentre ci pensavo – e riflettevo sul concetto di tempo “liberato” – il dito pigia il tasto 3 del telecomando.
Rai3. Scena di montagna. Le nostre montagne dell’appenino lazio-abruzzese. Seduto su un prato scosceso un giovane pecoraio risponde alle domande dell’intervistatore.
Gli racconta della lentezza nell’accudire le bestie. L’attesa. Gli racconta di come ha conosciuto la sua ragazza, Maria, con la quale spera di sposarsi. L’ha conosciuta in una festa di paese. Immagino il vestito “buono” della festa, immagino la serata danzante. Immagino le parole. La semplicità. La genuinità. Gli stessi gesti ripetuti nei secoli. Immagino la sveglia il giorno dopo, comunque all’alba.
Intanto, le mucche dietro a lui pascolano paciose. “Vacche”, le chiama.
Sono decine e decine. “Sai – dice all’intervistatore, che ora è un semplice ascoltatore di pensieri che vagano liberi, su quei prati – Sai, io le vacche le riconosco senza guardarle”.
“E come fai?”
“Le riconosco dal suono del campanaccio. Perché ognuno è diverso dagli altri.”

Non so per voi, ma così si è chiuso un cerchio.
Da una parte l’intelligenza artificiale distingue milioni di immagini in pochi secondi, dall’altra un ragazzo che, senza algoritmi, sa riconoscere una vacca dal suono unico del suo campanaccio.
Eppure, ne sono certo: non stava riconoscendo solo una vacca. Stava riconoscendo una storia, un’abitudine, una presenza. Anni di ascolto trasformati in conoscenza.

Forse è questo che ci rende uomini: la capacità di dare significato a ciò che sembra soltanto rumore.
L’IA continuerà a regalarci ore, e gliene saremo sempre grati. Sta a noi decidere se usarle per correre ancora più veloci o per imparare, anche noi, ad ascoltare il campanaccio giusto.

Rino Panetti

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